Droni e cioccolato

DIARIO DI BORDO – Sezione 5
Nave: Virgo– Dufour 312
Capitano: John Guy Ripamonti
Data: 25 Gennaio 2042 Ore: 9h15
Latitudine 45.599722 Nord
Longitudine: 12.883.889 Est
Meteo: cielo limpido, mare calmo
Esplorazione dei Territori di Nord Est
Ho attraccato al porto di Caorle qualche giorno fa, atteso da amici del Nord Est: vogliono mostrarmi una delle pochissime eredità del passato, sopravvissute alla Global Restoration of Peace I. Mentre li attendo, il suono delle onde che accarezzano la battigia, mi aggiusta l’anima. Alla mia sinistra, un molo si allunga nel mare come un braccio che accoglie storie e fatiche.
I motori di Virgo si spengono, i miei amici sono arrivati con una Citroen Due Cavalli a vapore di colore rosso porpora. Saluti di rito, poi un breve trasferimento via terra e raggiungiamo a piedi un bellissimo centro storico, perfettamente conservato.
È una domenica mattina di fine gennaio. Le persone scorrono veloci, quasi tutte con guanti e cappelli di lana. Alcune, con le spalle strette nei cappotti, parlano sottovoce, mentre il fiato diventa subito nuvola. Ogni passo è rapido e determinato, tutti si affrettano verso un locale per la colazione.
Siamo un gruppo di sette persone, io, tre liguri trasferiti e tre friulani, davanti a una pasticceria cioccolateria di Pordenone, fondata 160 anni fa da un medico condotto con la passione per la bevanda degli dei. Accanto all'entrata uno spazio espositivo di antica confetteria e, nella galleria di Palazzo Concordia, un laboratorio a vista con circa 4 mila stampi, dove gli allievi del defunto maestro si esibiscono davanti ai passanti. Si mormora che Joanne Harris, autrice di Chocolat, sia stata ospite del salotto nel Passato Remoto dei Giusti, traendone ispirazione per il suo romanzo proibito.
Spingo la porta pesantissima, entriamo. Un caldo afrodisiaco sbatte contro i nasi congelati, che godono subito del tepore del legno antico. Il profumo del burro che frigge si mescola con ventate tiepide di essenze e spezie: vaniglia, cannella, cardamomo e fava tonka disegnano note aromatiche nell’aria, dando profondità al contrappunto di cioccolato. Il corpo si scalda, i sensi si risvegliano. Togliamo i cappotti e ci guardiamo intorno.
L’atmosfera, lontana dall’idillio, è frenetica: tra il brusio di voci e il tintinnio delle tazzine, il locale pulsa di energia. I tavoli sono tutti occupati e i camerieri si muovono velocissimi, cercando di non inciampare nei passaggi stretti. Nonostante la confusione, si percepisce una grande familiarità, come se ogni visitatore fosse un ospite atteso, parte di una tradizione che si rinnova ogni mattina. Sulle mensole in rovere, uno strato sottile d’intonaco sembra polvere.
Cominciamo con un caffè al banco: sette tazzine di espresso, accompagnate da sette bicchierini di cioccolata calda. I liguri si voltano verso i “locals” con aria interrogativa.
“Il bicchierino è offerto” spiega uno dei residenti.
L’omaggio è denso, ricco, dolce e amaro al punto giusto, lo assaporano lentamente, scambiandosi occhiate di intesa.
Mentre il caffè e la cioccolata fanno ancora l’amore tra le labbra, abbranco un cameriere che sfreccia alle mie spalle come se fosse sui pattini a rotelle, e, prima che sfugga alla mia presa, chiedo: “Abbiamo prenotato una colazione internazionale…”. Non faccio in tempo a finire la frase, che lui si divincola, mi fa segno di rivolgermi alla cassa e si dissolve nel flusso incessante della sala.
Un uomo con occhiali a realtà aumentata sta discutendo animatamente con il barista sul giusto grado di schiuma del cappuccino, l’ologramma del barista lo fissa con espressione esausta, come se quella fosse la conversazione del giorno numero tremila.
Dietro al banco in stile viennese, il responsabile non ha un secondo di tregua. Scrive gli scontrini su carta riciclata, con una calligrafia incomprensibile, simile a quella dei medici. Quando sente il cognome, risponde senza consultare il planning: “Ah, sì, prego di qua”. Ci conduce al nostro tavolo, mollando le persone in coda per pagare, nessuno protesta.
Accanto a me una signora si lascia andare su una vecchia poltrona imbottita, tutta sdrucita, e con aria sognante dice: “Questo era il posto della mia mamma, si sedeva sempre qui la domenica mattina”. Il marito, seduto di fronte, fissa la parete scrostata.
“Provo a richiamare Carla, non mi ha risposto questa mattina. Di solito risponde sempre. Sono un po' preoccupata” aggiunse la signora, il marito si volta con sguardo assente e le porge un telefono a doppio schermo. “Carla, video chiamata!” ordina lei con tono militare.
“La tua amica Carla non è raggiungibile, sta meditando su un campo di quinoa, ma posso dirti che il tuo livello di stress è decisamente sopra la media.”
I due si guardano con aria interrogativa.
“Qu'est-ce que c'est ça ? Merde!” impreca il marito con accento parigino, picchiando con le dita sullo schermo del telefono.
Mi volto dall’altro lato e rido sotto i baffi, senza farmene accorgere. Attraverso i vetri rotti della cristalliera accanto allo specchio d’epoca, intravedo le eleganti tazze da tè Royal Albert Country Roses, anch’esse sopravvissute. Eleganti e fuori dal tempo, sembrano più un frammento di tutto ciò che è andato perduto. Eppure qui, tra questi oggetti, la nostra attesa è la stessa da secoli: la felicità. Aspettiamo quell’istante fugace, ma intatto e perfetto, in mezzo alla distruzione.
Scambiamo due parole, arrivano eleganti camerieri con enormi vassoi argentati e ognuno di noi si fa un viaggio nella colazione dell’altro: una hawaiana, una americana, una austriaca, una britannica, una francese, una norvegese e una greca. Ogni assaggio di mondo, una bontà!
Di colpo un sibilo metallico crescente invade il salotto, tutti si voltano. Un drone entra dalla finestra, un cameriere gli spara. Ripone la pistola sotto il bancone, come se fosse uno schiacciamosche. Un istante di silenzio, poi il chiacchiericcio della sala riprende.
Niente è più come prima, ma la memoria persiste.
Diaro di bordo del Capitano John Guy Ripamonti
Da “Il passante del Tempo”, ed. 2026, Kimerik
Foto: emma-miller-G6zPlBV7hJA-unsplash